Mondo

Quando togliersi la vita è l’unica (non) scelta

Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri

 

Sembra quasi una frase del più saggio tra i filosofi, invece è una velata giustificazione della più drastica delle scelte, quella di togliersi la vita.

Nella lettera di Michele, il ragazzo di Udine che si suicidò nel gennaio del 2017, questa è la frase che più può far riflettere.

Perché si può solo immaginare la sua profonda disperazione e il suo senso di inadeguatezza reciproco –  reciproco perché Michele probabilmente sapeva che era tanto inadeguato alla realtà quanto la realtà era inadeguata a lui.

Bastano poche righe per far emergere un’analisi cruda e lucida della nostra società, della nostra epoca, della nostra umanità. Una società che ha infranto le sue aspettative e i suoi sogni, un’epoca che lo ha tradito – e che ha tradito tutti i giovani – un’umanità che probabilmente – e paradossalmente – non è più la caratteristica essenziale dell’uomo.

Michele ha perfettamente ragione, ha ragione su ogni cosa, ha ragione in ogni maledetta parola.

La sua è stata una scelta, l’unica in base al suo ragionamento, dettata dall’aver soppesato il dolore e la sofferenza tra l’esser vivo e l’esser morto.

La mia paura è che tuttavia la sua sia stata una non-scelta, perché il libero arbitrio assume un senso solo quando le scelte non sono dettate così profondamente dalle condizioni esterne. La sua sarebbe stata una vera scelta se l’alternativa non fosse stata la più atroce sofferenza di vivere.

Quando ti rimane solo una possibilità di non soffrire, quella non è – e non può essere – una scelta, ma l’unica (non) scelta. E quella che credi sia una tua scelta non è altro che la conseguenza necessaria delle scelte – o della mancanza di scelte – di altri, di chi crede che i problemi siano gli scontrini di Marino, o Renzi che decide di rimanere Segretario di partito, o la Raggi che riceve un avviso di garanzia, di chi crede che i giovani non trovino lavoro perché semplicemente non lo cercano, di crede che gli italiani siano mammoni perché stanno con la famiglia fino a quarant’anni – e non perché se non prendi almeno 1200 euro al mese sicuri non vai da nessuna parte.

Caro Michele non sai quanto mi dispiace doverti dire che anche stavolta non hai scelto te. Ha scelto una società costruita per far sì che chi ha molto abbia sempre di più e chi ha poco abbia sempre meno, per far sì che contino gli appoggi e non le competenze. Ha scelto una classe politica che cura i propri interessi in modo così professionale che i bisogni dei cittadini sono diventati un hobby. Ha scelto chi continua ad indignarsi per tragedie come questa per poi far finta che non sia successo niente dopo una settimana, fino alla prossima volta.

Ma ormai non ha più importanza e, al di là del dolore e del vuoto che hai lasciato, te ne sei andato credendo che quella fosse un tua scelta, la tua prima e unica vera scelta. Se c’è qualcosa in questa tragedia che può in qualche modo “consolare” è proprio questo.

Bioetica, Mondo

Eutanasia. Che differenza c’è fra non-vita e morte?

Sono finalmente arrivato in Svizzera e ci sono arrivato, purtroppo, con le mie forze e non con l’aiuto del mio Stato. Volevo ringraziare una persona che ha potuto sollevarmi da questo inferno di dolore, di dolore, di dolore. Questa persona si chiama Marco Cappato e lo ringrazierò fino alla morte. Grazie Marco. Grazie mille”.

 

Queste sono le ultime parole di Fabiano Antoniani – meglio noto come Dj Fabo – prima di effettuare una scelta, quella di morire, una scelta che ad oggi l’Italia non offre, ragion per la quale Fabiano è andato fino in Svizzera, dove l’eutanasia è una pratica legale.

Il fatto risale allo scorso febbraio. Dj Fabo, in seguito ad un incidente stradale, era rimasto tetraplegico e cieco e nei mesi precedenti al suo viaggio in Svizzera aveva fatto tre appelli alla politica italiana, dei quali uno specificatamente al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, per chiedere di accelerare la discussione sul testamento biologico. Questi appelli sono caduti nel vuoto, da qui la scelta di Fabiano di andare oltralpe a mettere fine alle sue sofferenze, supportato dall’Associazione Luca Coscioni, nello specifico accompagnato da Marco Cappato, esponente dell’Associazione.

Sicuramente quello del suicidio assistito è un tema molto delicato, un tema che è stato affrontato ripetutamente nei giorni successivi al fatto. I pareri espressi sono stati molti, qualcuno, come spesso accade, ha strumentalizzato la notizie per fini politici, altri semplicemente hanno perso l’ennesima occasione per tacere.

La domande centrale è: le persone hanno il diritto di morire, così come hanno quello di vivere?

Secondo la morale cattolica – che non è certo la morale universale – no, “perché la vita è un dono”, “perché il suicidio è un terribile peccato”, “perché la vita ha un carattere di sacralità tale che essa non appartiene direttamente a noi”.

Sul piano morale è difficile discutere, ma sul piano legale no, o meglio, non dovrebbe. L’Italia, sulla questione dell’eutanasia, è ingessata, come su moltissime altre questioni bioetiche, come se il progresso biotecnologico e scientifico non avesse mai avuto luogo.

Dal punto di vista legale infatti, ogni diritto che estende le possibilità di scelta degli individui senza compromettere quelle altrui è pienamente giustificabile. Insomma, che la nostra libertà finisca dove inizia quella degli altri è l’ABC del Diritto.

Perché non può essere una decisione delle persone quella di scegliere della propria vita, o della propria morte, dopo aver soppesato sofferenze e gioie? Perché vivere in condizioni non umane dovrebbe essere preferibile a morire?

Se la vita è un dono, lo è solo quando la si può vivere dignitosamente, perché, quando diventa come quella di Fabiano, la scelta di morire è un’alternativa più che legittima in confronto a quella di vivere fra atroci sofferenze, senza dignità. Una dignità che però Fabiano si è riconquistato con gli interessi, perché piuttosto che non-vivere nella prigione della (sua) vita, lui ha scelto di morire da uomo libero.

Mondo

I tre errori di chi si accanisce sempre sulle vittime e mai sul (presunto) carnefice

Serpeggia una tendenza pericolosa e sempre più comune, quella volta a far passare il messaggio che non è mai colpa solo del carnefice, ma anche delle vittime, come se queste, in qualche modo, se la siano andata cercare.

Nell’ultimo periodo, a seguito del caso Weinstein, il famoso produttore cinematografico hollywoodiano, sono molte le donne e le ragazze che hanno iniziato a parlare di molestie, stupri e quant’altro ricevute in ambiente lavorativo, in particolare per quanto riguarda il mondo dello spettacolo. Anche l’Italia non è stata immune da questa ondata di coraggio e presa di coscienza da parte di molte donne.

Domenica 12 novembre la trasmissione televisiva “Le Iene” ha mandato in onda un servizio nel quale dieci ragazze hanno accusato il regista Fausto Brizzi di averle molestate sessualmente, una delle quali lo ha accusato anche di stupro.

Va premesso che Brizzi, come chiunque altro, è innocente fino a prova contraria e nessuno dovrebbe metterlo alla gogna mediatica o additarlo come carnefice prima che una sentenza di colpevolezza sia stata emessa dal Tribunale.

Quel che fa più paura del fatto in sé, che sia accertato o meno, è come questo venga percepito da un numero sempre crescente di persone. L’essere vittima di una molestia o di uno stupro viene infatti spesso sminuito dalle circostanze in cui questo è avvenuto, quasi come se per intraprendere una carriera lavorativa nel mondo dello spettacolo – come in questo caso – ci si dovesse aspettare quel tipo di accondiscendenza sessuale, come se fosse “normale” cedere ad un abuso di potere – perché di questo si tratta – “altrimenti si può sempre andare a fare un altro lavoro”.

Queste pseudo argomentazioni, oltre a svilire le vittime e a colpirle una seconda volta, non hanno senso né dal punto di vista logico né dal punto di vista psicologico né tantomeno da quello umano.

Il primo errore, quello logico, deriva dal legittimare un comportamento per il semplice fatto che sino ad ora è stato la norma. “Si sa che per fare carriera nel mondo dello spettacolo devi accettare questi compromessi”, “…è sempre stato così, se vuoi vantaggi devi essere accondiscendente”, “Potevano sempre andarsene, cambiare lavoro”, “Volevano percorrere una strada facile”, etc. Non solo questo errore sminuisce il danno che la vittima ha subito, ma decolpevolizza chi il danno l’ha procurato, che, di conseguenza, è legittimato a continuare a farlo.

Inoltre è altamente pericoloso legittimare un comportamento sbagliato perché “così sono le regole del gioco”. Infatti, sulla falsa riga di questo deficit argomentativo, si potrebbe arrivare a giustificare, o comunque legittimare, qualunque male nel mondo, in particolar modo quei mali stratificati nella nostra società a tal punto da farli passare come ineliminabili senza compromettere la società stessa.

Il secondo errore è di tipo psicologico e ha origine dall’errato ragionamento che, se alcune delle ragazze se ne sono andate, allora potevano benissimo farlo tutto. Tralasciamo che comunque di molestia si tratterebbe, quindi di reato penale.

Le ragazze che sono rimaste immobili dalla paura non lo hanno certo fatto volontariamente per assecondare le molestie. Si potrebbe parlare di abuso di potere, di sudditanza psicologica, di costrizione psicologica, addirittura di terrorismo psicologico. Ma purtroppo la nostra società non è ancora sensibile in modo rilevante ai danni psicologici che abusi come questi provocano nelle vittime, molto più profondi e molto più faticosi da rimarginare di quelli fisici.

Fatto sta che il punto è proprio questo, una società civile dovrebbe tutelare le persone più deboli (psicologicamente, economicamente, socialmente, etc). Se questo non accade il problema è della società, non delle persone. Allora perché, oltre a non difendere le vittime, accanirsi su di loro e additarle come parimenti colpevoli?

Il terzo errore ha a che fare con l’empatia – o meglio, con la mancanza di empatia – ed è la conseguenza sociale dei primi due tipi di errore.

Come già sottolineato, nessuno è colpevole fino a prova contraria, ma se dieci ragazze – come in questo caso – accusano un uomo di averle molestate, questo dovrebbe essere sufficiente a schierarsi dalla parte delle vittime, il che non equivale a mettere alla gogna mediatica il presunto carnefice prima che ci sia stata un’effettiva sentenza di colpevolezza. E questo dovrebbe accadere anche nel caso la testimonianza sia di una solo ragazza, o di due, o di tre o di cento, o di un ragazzo, etc.

Già il fatto di non schierarsi dalla parte delle vittime denota mancanza di empatia, ma addirittura accanirsi su di loro e colpevolizzarle del reato che hanno subìto è un comportamento disumano.

Se non vogliamo lasciare alle generazioni future un mondo in cui vale la legge del più forte, in cui tutto ciò che è regola non scritta da sempre – anche se in contrasto con la legge, con la società e con i valori morali – allora è legittimo e ci si deve adattare, se non vogliamo lasciare un mondo in cui le vittime sono parimenti colpevoli e i colpevoli sono parimenti vittime allora conviene iniziare a guardare dentro noi stessi e tirare fuori un po’ di buon senso e di umanità, soprattutto affinché possa essere trasmesso alle generazioni future. Altrimenti non ci sarà più chi parlerà di generazioni future.